La resilienza non è la ricetta della felicità è semplicemente una strategia di lotta contro la sofferenza che permette di ritrovare un certo piacere di vivere, nonostante il lugubre mormorio dei fantasmi celati nella memoria.
– Boris Cyrulnik

Cos’è la resilienza?

Oggi, in modo sempre più diffuso, sentiamo parlare di “Resilienza”. Ma cosa indica questa capacità? Quando siamo resilienti?
Diversi autori contemporanei hanno cercato di dare delle definizioni esaurienti del termine “resilienza”, che è entrato nel linguaggio psico-sociale da pochi decenni, anche se con tutta probabilità esiste dall’alba dei tempi.

Il termine resilienza, come in ogni descrizione etimologica che si rispetti, deriva dal latino resiliens, resilire, rimbalzare, re-salire, saltare indietro.
La R-e-silienza come “ritorno dall’esilio” indica la capacità di un sistema biologico di ri-tornare al suo stato precedente di funzionamento dopo aver subito un e-silio. È corretto, infatti, parlare di resilienza soltanto se un trauma è seguito da una certa ripresa evolutiva, da una ferita ricucita. Boris Cyrulnik, pioniere in Francia della diffusione di questo nuovo concetto, spiega come il termine “resilienza” sia stato coniato in fisica per descrivere la capacità di un materiale di assorbire energia in caso di urto, ovvero di sopportare gli urti a cui viene sottoposto.

Erroneamente, si può pensare che il significato del termine resilienza sia equivalente al significato del termine resistenza. In realtà, non è così perché la resistenza presuppone una passività, mentre la resilienza è costituita da una dimensione dinamica oltre che positiva: la capacità di fronteggiare e di ricostruire. Di fronte agli stress e ai colpi della vita, la resilienza dà, infatti, luogo a risposte flessibili, che si adattano alle diverse circostanze ed esigenze del momento. L’incontro con la sofferenza richiede al soggetto una metamorfosi, al fine di trovare un nuovo modo per adattarsi, nonostante il dolore. Ma, il soggetto resiliente cerca di ricostruire l’opera della sua vita ogniqualvolta gli eventi la distruggono; sa utilizzare al meglio le risorse di cui dispone; sa accettare i propri limiti; sa trovare la forza per sperare in un futuro migliore, etc. Ma da dove si sviluppa questa capacità?
Se si considerano gli elementi che la caratterizzano, la resilienza risulta in gran parte iscritta nel nostro patrimonio genetico; ma ha anche la capacità di svilupparsi nel corso dell’esistenza, di rafforzarsi e di indebolirsi, a seconda delle esperienze che si vivono, soprattutto negli anni infantili, nel proprio ambiente, a contatto con le proprie figure di attaccamento o in loro assenza.

I legami affettivi, la capacità di raccontare il proprio dolore, i contesti e i terapeuti resilienti costituiscono le dimensioni psicologiche e relazionali di questa abilità. Gli affetti, le difese psichiche, l’intelligenza emotiva, l’ottimismo, la speranza e l’autoefficacia costituiscono, in parte, le dimensioni psicodinamiche e cognitive della resilienza.

Essere “resilienti” non significa essere infallibili, ma essere disposti al cambiamento quando è necessario, pensare di poter sbagliare ma sapere anche correggere la rotta delle proprie azioni.
Se non prendessimo per buona questa considerazione, non parleremmo più di “resilienza” ma di invulnerabilità: la persona invulnerabile, infatti, è considerata una specie di Superman, un semidio, con doti speciali fin dalla nascita.

A favorire la “resilienza” saranno, invece, le esperienze e gli incontri che il soggetto fa, le paure e le frustrazioni che riesce a superare, i risultati che ottiene, l’amore che riesce a ricevere e a dare, la capacità di intravedere una via d’uscita anche in condizioni precarie, qualora ricorrendo anche ai terapeuti, professionisti esperti nelle relazioni di aiuto.

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