Nell’immaginario sociale è radicata l’idea che il periodo della gravidanza sia un’esperienza magica, carica di emozioni positive, ricca di momenti di “contatto” tra il feto cullato dentro la placenta e i genitori nella loro esperienza del divenire, immaginando un bambino sano, esente da rischi. Tuttavia, la comunicazione di una diagnosi prenatale di patologia fetale è un momento sicuramente inatteso per i genitori, un momento sospeso, un “non-momento”.

La notizia di una diagnosi di patologia molto spesso altera profondamente i complessi processi adattativi che caratterizzano la gravidanza, facendo improvvisamente crollare tutti gli ideali, i sogni, i progetti che la coppia aveva costruito riguardo al bambino fino a quel momento.

I genitori sono chiamati ad affrontare il trauma della perdita del bambino immaginato; si attivano angosce legate alla paura che la vita non prevalga, emozioni che rendono difficile immaginare fisicamente e caratterialmente il bambino e instaurare un rapporto con lui. Frequentemente, a seguito della diagnosi, i genitori riportano una temporanea sospensione della relazione con il nascituro:

“In qualche modo evitavo di vivere la gravidanza, la mia pancia quasi non la carezzavo e smisi di avere rapporti con la bimba che era dentro di me”.

Tutte queste insicurezze possono minacciare anche il progetto esistenziale della coppia che si trova appesa a un filo, in uno stato di precarietà con realistiche speranze ma senza certezze. L’intera famiglia si sente oscillare tra disperazione e speranza. I futuri genitori si trovano a dover affrontare repentinamente una serie di possibilità di intervento sul bambino o sulla gravidanza: scelte importanti che vanno, ad esempio, dalla terapia farmacologica alla chirurgia fetale, all’aborto terapeutico, all’accettazione incondizionata di un’anomalia. Ognuna di queste decisioni comporta un momento di grande difficoltà emotiva.

Comincia da qui l’interesse della ricerca, volta a comprendere ciò che accade nella mente dei genitori quando vengono investiti da un evento traumatico come la patologia fetale; partendo dal presupposto che le rappresentazioni mentali in gravidanza giochino un ruolo fondamentale nel determinare la natura delle prime relazioni dei genitori con il loro bambino (Stem, 1995).

Quando nasce il bambino, alle porte d’ospedale non si appendono solo grandi fiocchi nascita, vengono “appese” anche le speranze che qualcosa durante la diagnosi sia andata errata. La nascita di un bambino con una diagnosi di patologia fetale è infatti una nascita diversa.

“Tutti raccontano l’esperienza della nascita come qualcosa di miracoloso, magico e fantastico. Credo che in parte possa essere vero, o meglio immagino che per qualcuno lo sia veramente, ma posso dire con altrettanta certezza che non lo è per tutti”. (M. Florita)

I genitori rimangono sospesi fino al momento della nascita, tutto ciò che si era immaginato e per cui ci si era in parte preparati, diventa improvvisamente reale e concreto: speranze, timori, paure, desideri si confrontano con la realtà.

“Non sappiamo ancora se saremo genitori, o se lo siamo. Sentirsi mamma e papà in queste condizioni disgraziate è assai complicato”.

Di fronte a queste premesse, la consulenza psicologica andrebbe proposta come intervento di routine, come opportunità di sostegno e confronto rispetto alle problematiche emotive che possono emergere.

“Un aspetto rilevante del lavoro psicologico,

infatti, è proprio quello di favorire l’elaborazione dei vissuti genitoriali;

le emozioni in gioco sono tante ed i genitori vanno aiutati ad affrontare i sentimenti che

potrebbero incidere negativamente sulla relazione mamma-bambino”.

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